Di etichette e molto altro

“L’abito non fa il monaco”, dice il proverbio, e ci trova d’accordo. Ma un bell’abito, pensato con cura, ragionato su misura e che porti con sé non solo una forma ma contenuti comunicati attraverso la grafica è sicuramente fondamentale e dona al prodotto quel qualcosa in più.

Abbiamo intevistato Fabio Angeli di Genau di Lucca, agenzia che sin dagli inizi collabora attivamente all’ideazione e realizzazione dell’immagine coordinata di Calafata, e gli abbiamo chiesto di raccontarci nello specifico delle etichette del vino, di recente rivoluzionate.

Fabio, partiamo da voi.

“Genau è un’agenzia di comunicazione che si occupa di produrre contenuti visuali, grafici, testuali, musicali. Il nostro compito è quello di accordare contenuto e contenitore renderlo concreto e coerente. Con Calafata è stato abbastanza facile, in prima istanza perché tutti i prodotti sono di grandissima qualità ma poi soprattutto perché la visione che sta alla base della cooperativa è luminosa, come un faro nella notte. Non c’è stato molto da inventare c’era già tutto, c’è stato solo da scegliere una modalità di narrazione”.

E come è nata, dunque, l’idea grafica e dei nomi dei personaggi delle nuove etichette per il vino?

“Il processo che sta alla base di questo immaginario è evitare come la peste il didascalico, il consecutivo, il pertinente. Si parte dalla parola, dando un nome al prodotto. Non c’è una regola, forse l’unica è una linea sottile di impercettibile e imprescindibile stile comune e riconoscibile. Un nome può provenire dalla storia di quei terreni, di quei cultivar (come nel caso di Majulina), o da un modo di dire o di offendere amorevolmente tipico delle nostre parti, come Figlioduncane, o da una pura e semplice invenzione come nel caso di Cecé, l’ultimo nato tra i prodotti Calafata, i ceci biologici che hanno come portabandiera un leggendario giocatore di pallone dalle sembianze di gallo… chi non lo ricorda?

Ai nomi assegnamo poi un’immagine che proviene da un bestiario immaginario composto da illustrazioni di varia provenienza, messe insieme in un’alchimia apparentemente senza senso. Si tratta di soggetti, bestie, accrocchi di cose che non esistono, o meglio, non esistevano prima di trovarsi per disgrazia o per fortuna, a rappresentare non solo un prodotto, ma una visione dell’agricoltura, del mondo e delle persone. Il tutto, con grande gioia perché i prodotti della terra sono sempre una grandissima gioia, inserito in una rigorosissima griglia grafica ragionata e realizzata pensando millimetro per millimetro a cosa sarebbe successo una volta stampate le etichette. Curiamo naturalmente nel minimo dettaglio anche le famiglie di font utilizzate, la carte su cui vengono impresse, il colore del vetro delle bottiglie, i tappi in sughero (dove abbiamo voluto scrivere, sin dalla prima bottiglia, In ground we trust – Make wine not war)”.

 

Quale è tra i vini calafatini il vostro preferito?

“Non si può scegliere tra tanti figli chi sia il migliore. Forse qualcosa ci lega a Majulina, perché è il primo e perché tiene in una mano la storia di terreni e di una famiglia che ha deciso per amore di affidarli e nell’altra il futuro visionario di questa cooperativa”.

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